Intervista a Pierre Kattar

 

12994512_1179294462089909_2927297020473840911_n

Alla fine degli anni Novanta i media tradizionali non avevano granché considerazione delle prospettive offerte dal web. Le limitate possibilità tecnologiche, l’ancora scarsa diffusione di internet, la confusione quando non proprio la sciatteria dei primi siti d’informazione e soprattutto l’assenza di un solido modello di business per il giornalismo web (di cui vent’anni dopo a dire il vero non si vede ancora traccia) avevano determinato in molti editori l’errata convinzione che Internet fosse in fondo una moda passeggera, da assecondare quanto basta, uno strumento di cui la gente si sarebbe alla fine stancata. Le cose presero evidentemente un’altra piega.

All’epoca Pierre Kattar, videogiornalista, filmmaker e membro della community di Cowo 360, lavorava al Washington Post (https://www.washingtonpost.com/regional/), tempio del giornalismo americano e fra i quotidiani più rispettati al mondo, famoso per l’inchiesta Watergate. «Ci sono entrato nel ’98, a 24 anni, per uno stage all’interno del dipartimento web del giornale» racconta.

Americano, 41 anni, nato in Libano e cresciuto a Cherry Hill, New Jersey, Kattar ha intrapreso la carriera di videogiornalista proprio al WP. «Credo che il Post sia stato fra i primi giornali a pubblicare video su internet» dice. «Inizialmente realizzavamo quasi esclusivamente storie e documentari con uno stile cinéma vérité. Poi abbiamo cominciato ad occuparci anche di politica e breaking news. Col tempo però l’obiettivo dei video era diventato quasi esclusivamente fare quanti più click possibile, e io non condividevo affatto questa linea».

Il 31 dicembre 2009 Pierre lascia il Washington Post e intraprende la carriera da free lance. Realizza principalmente documentari, di cui cura ogni aspetto, dall’ideazione alle riprese e fino all’editing. Ha lavorato per la prestigiosa Pbs (Public Broadcasting Service) e dal 2012 collabora con la Banca Mondiale. Quasi sempre in giro per il mondo (e spesso in Italia), recentemente è stato in Kenya per realizzare una storia sull’energia termale. Poche settimane fa ha vinto il premio 2016 Eyes of History conferito dall’associazione fotogiornalisti della Casa Bianca con il documentario After Nepal Quaked, Worries in the Water, sui rischi idrogeologici causati dal terremoto in Nepal, pubblicato dal New York Times.

Lascia un commento